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I fantasmi – Capitolo 1

3 May 2011versione stampabile

I Fantasmi è il racconto inedito di Andrea Camilleri che pubblichiamo sul mensile in quattro puntate. Sul numero di maggio, in edicola, trovate il secondo capitolo. Se vi siete persi il primo lo trovate qui. Buona lettura.

Un racconto di Andrea Camilleri

in esclusiva per E – il mensile

uno

Turi Persica era l’urtimo, il sabato sira, a nesciri dalla taverna di Nicolò.
Nisciva in quanto Nicolò a un certo punto lo ghittava fora, masannò, se stava a lui, ci sarebbe ristato fino a matino.
Avenno abbonnanti carrico a bordo, sinni caminava verso casa rollanno e beccheggianno, come a ’na navi che avi mari grosso a prua.
La strata che faciva era sempri la stissa.
Via Vittoria, con firmata obbligatoria all’altizza del nummaro vintidù per una pisciatina; via Mameli, con sosta di riposo di cinco minuti supra alli scaluni della chiesa; vicolo Cardillo, stritto stritto e scuroso scuroso, e ’nfini vicolo della Santissima Annunziata al cui nummaro trenta ci stava la sò casa.
Quel sabato sira, quanno la porta della taverna si chiuì alle sò spalli, Turi s’addunò che era da un pezzo che chioviva.
L’acqua cadiva liggera liggera, bastevoli però pirchì lui arrivasse alla sò porta assammarato.
Strata strata non si vidiva anima criata, faciva macari friddo.
«Pacienza», si disse.
Si isò il bavero della giacchetta e accomenzò a caminare ranto ranto alle case in modo d’essiri tanticchia arriparato dai cornicioni.
A malgrado che chioviva, arrispittò la consuetutini: pisciò in via Vittoria e s’assittò in via Mameli.
Quanno ’mboccò vicolo Cardillo vitti che uno dei dù lampioni che facivano ’na luci splapita era astutato, perciò dintra al vicolo ci si vidiva picca e nenti.
Era arrivato a mità quanno vitti compariri a un omo dall’angolo col vicolo dell’Annunziata che caminava verso di lui.
Data la scarsizza di luci notò che l’omo era vistuto in modo strammo sulo quanno fu a tri passi da lui.
A dù passi s’addunò che la facci dell’omo era tutta bianca.
A un passo accapì che la facci dell’omo era accussì bianca pirchì non era ’na facci, ma ’na crozza di morto.
La crozza di morto si voltò verso di lui.
Senza diri ’na parola, Turi cadì stinnicchiato ’n terra.
Sbinuto.

Quanno Suntina, la mogliere di Turi, se lo vitti compariri davanti giarno come un morto, ’ncapaci di parlari, trimanti e coi vistiti assuppati d’acqua e lordi di fango, si scantò.
Mai sò marito si era arriduciuto accussì.
Lo spogliò, lo fici corcari, gli priparò ’na tazza di vino càvudo.

L’indomani Turi, che non era arrinisciuto a chiuiri occhio tutta la notti smanianno e lamentiannosi, aviva la fevri a quaranta.
Suntina pinsò che sò marito si era pigliato la purmunìa e corrì a chiamari al dottori Pignatone.
Il quali escludì la purmunìa.
E siccome che era un medico bravo, gli vinni il pinsero che Turi aviva provato un grannissimo scanto.
E per le cinco di doppopranzo lo misi ’n condizioni di parlari.
«Un fa…fa…fantasma vi…vitti!».
Un fantasma?
«Senti ’na cosa, quanto vino ti eri vivuto alla taverna?».
«Come ’u solitu, duttù».
«E com’era vistuto ’sto fantasma?».
«Ora che ci penzo, era preciso ’ntifico a uno dei tri moschitteri».
Quattro jorni avanti la pillicula de I tre moschettieri era stata proiettata al ginematò e ai paisani era piaciuta assà.
«Sulo che al posto della testa aviva ’na crozza di morto».
«Ti parlò?».
«Nonsi».

Pignatone, arridenno, contò la facenna alla sò ’nfirmera, quella l’arriferì a tri amiche e tempo un dù orate tutto il paisi vinni a sapiri che Turi Persica aviva viduto un fantasma.
La sira, fu l’argomento principali di discussioni al circolo.
Nisciuno dei soci accridiva ai fantasmi.
E il cavaleri Artidoro Lo Bello ci misi il carrico da unnici arricordanno ai prisenti che lo stisso Turi Persica, cinco anni avanti, niscenno dalla taverna, aviva mittuto a rumori il paisi sostinenno d’essiri stato aggredito da un orso polari.

Dù notti appresso, il cavalieri Lo Bello fici tardo al circolo jocanno a poker.
Abitava in una villetta con sò mogliere in via Risorgimento che era ’na strata dalla quale si partiva, tra l’altri, macari il vicolo dell’Annunziata.
Il cavaleri aviva perso assà ed era chiuttosto agitato.
E quanno era agitato, usava caminare a testa vascia e parlari da sulo e a voci àvuta.
Tutto ’nzemmula avvirtì ’na prisenza.
Isò l’occhi e s’attrovò davanti a un fantasma.
Prima di mittirisi a corriri facenno voci come un pazzo, ebbi la prisenza di spirito di scinniri dal marciapiedi, masannò il fantasma gli avrebbi sbattuto contro.

«No, egregio amico, non avrebbe potuto sbatterle contro», sintinziò il dottori Columella. «I fantasmi non sono dotati di corpo, sono soltanto delle apparenze».
«E come avrebbi fatto allura ’st’apparenza a passari?», spiò il cavaleri Lo Bello che ancora trimava per lo scanto.
«Per un attimo lei sarebbe stato attraversato dal fantasma. Così come si passa attraverso un banco di neglia».
Pirchì la facenna del fantasma ora era addivintata ’na cosa seria.
Nisciuno dei soci del circolo ne arridiva cchiù.
Fino a che a vidirlo era stato un ’mbriaconi come a Turi, ci potivano essiri cento spiegazioni, ma se l’aviva viduto ’na persona seria come il cavaleri spiegazioni non cinni erano cchiù.
Ma tra le dù apparizioni del fantasma c’era ’na grossa diffirenzia.
Se quello di Turi aviva un abito come a uno dei tri moschitteri, quello del cavaleri era, in un certo senso, cchiù tradizionali, in quanto si trattava del solito linzolo bianco.
«E al posto della testa aviva la crozza di morto?».
Nenti teschio, questo al posto della testa aviva ’na speci di palla bianca.
«Evidentemente si tratta di due fantasmi diversi», disse il dottori Columella.
«E pirchì?».
«Non pretenderà che questo fantasma abbia un guardaroba per cui cangia abito ad ogni apparizione! I fantasmi hanno un vestito solo che gli dura per l’eternità».
«Di ’sta facenna dei fantasmi meno sinni parla e meglio è», fici don Sciaverio Ficarra ch’era il sinnaco di Vigàta.
«E pirchì?».
«Pirchì se lo venno a sapiri i giornali, il turismo ne risenti».
«Ma mi faccia il piaceri!», intirvinni il giomitra Attanasio che era l’avvirsario del sinnaco essenno il capo dell’opposizioni. «Anche in questo si vidi la miopia della vostra politica!».
«Si spieghi meglio», disse il sinnaco.
«Una campagna di stampa ben guidata farebbe accorrere i turisti a centinaia. Lo sa che li inglisi segnalano i castelli abitati dai fantasmi nelle guide turistiche?».
«Un momento», fici don Basilio Cottone. «Un fantasma, passi. Ma dù accomenzano a essiri troppi. Se qualichiduno ne vidi un terzo, capace che è principiata ’na proliferazioni di fantasmi, ccà sinni scappano macari l’abitanti!»
«’Na soluzioni ci sarebbi», ’ntirvinni il profissori Simone Pecora che era omo chiesastro.
Tutti, per rispetto, s’azzittero.
«Che cosa sono i fantasmi?», spiò il profissori al giomitra Attanasio.
«Fantasmi», arrispunnì quello che aviva scarsa fantasia.
«I fantasmi – prosecuì il profissori – sono anime che non trovano paci nell’aldilà. Se noi arriniscemo a fargli attrovare la paci, loro si godono la loro paci e noi la nostra».
«Sì, ma come si po’ fari?».
«Parlamone con patre Allotta», proponì il profissori.
Patre Allotta era un sissantino sicco e nirbuso, parroco della chiesa matre di Vigàta.
La diligazioni che annò ad attrovarlo era composta dal sinnaco, da don Basilio e dal profissori. Il quali contò i fatti al parrino.
E po’ il sinnaco gli spiò: «Vossia chi nni pensa?».
«Che sunno tutte minchiate».
Patre Allotta era stimato per la sò fidi e per la sò sivirità, ma spisso e volanteri parlava spartano.
«Vossia non ci cridi ai fantasmi?», gli spiò ’mparpagliato il profissori.
«Mi pari d’essiri stato chiaro».
«E pirchì?».
«Figlio mè, se tutti chiddri che non trovano paci nell’aldilà tornassiro ’n terra, a quest’ora sarebbiro cchiù i fantasmi che l’omini».
«E allura pensa che non c’è nenti da fari?», ’ntirvinni don Basilio.
«Facemo ’na cosa», disse il parrino. «Se spunta qualichi altro fantasma, tornati ccà e ne riparlamo. Ma ora come ora fari ’nterviniri a mia mi pari ’na carnevalata aggiunta supra a ’na carnevalata».

Tri notti appresso successi il virivirì.
C’era stata ’na riunioni del partito dell’opposizioni e il giomitra Attanasio sinni stava tornanno alla sò casa che era squasi l’una.
Era ’na notti friddosa assà e il giomitra caminava a passo sverto.
Girato l’angolo di via Cavour, s’attrovò a cinco metri di distanzia dal fantasma.
Contemporaneamenti si raprì il portoni di via Cavour nummaro uno e il commendatori Filiberto Controra niscì fora per annari squasi a cadiri tra le vrazza del fantasma.
Il giomitra e il commendatori si misiro a corriri facenno voci da arrisbigliare i morti.
Ma se non arriniscero ad arrisbigliari i morti, i vivi sì.
’Na quantità di genti s’affacciò alle finestri e ai balconi per vidiri quello che stava succidenno.
Non vittiro al fantasma, ma a dù pirsone che scappavano a grandissima velocità in dù direzioni diverse.

La descrizioni del fantasma, fatta tanto dal commendatori quanto dal giomitra, combaciava pirfettamenti con quella del cavalieri Lo Bello.
Si trattava del fantasma col linzolo e con la palla bianca al posto della testa.
A quanto pariva, il fantasma vistuto come a uno dei tri moschitteri non si era fatto cchiù vidiri.
Ma questo era un dettaglio siconnario, la cosa ’mportanti era che l’urtimo fantasma erano stati in dù a vidirlo nello stisso momento.
Perciò la diligazioni che annò da patre Allotta aviva boni argomenti per convincirlo.
E soprattutto addeciso che la chiesa ’ntirvinisse era il sindaco, dato che quella matina stissa Il Giornale dell’Isola aviva pubblicato un articolo di quel gran cornuto del corrispondenti locali con un titolo che faciva accussì:
“VIGATA INFESTATA DAI FANTASMI”.
Patre Allotta disse che sarebbe stato nicissario fari dù cose.
La prima era ’na processioni, la secunna ’na missa sullenni.
«A spisi del comune – pricisò – e la processioni può esseri limitata».
«Che veni a diri?», spiò il sinnaco.
«Dato che i fantasmi comparino tra via Cavour, via Risorgimento e vicolo dell’Annunziata, tanto vali fari ’na processioni di quartieri».
«Non sugno d’accordo – disse il sinnaco – tutta Vigàta devi vidiri che il comune sta facenno la disinfestazioni dai fantasmi».
Siccome che si era di jovidì, patre Allotta stabilì che la dominica che viniva a mezzojorno ci sarebbi stata la missa sullenni e nel doppopranzo la processioni.

6 Responses to I fantasmi – Capitolo 1

  1. annacecilia

    4 May 2011 at 06:15

    per parlare spartano…..che palle questo camilleri! essere così vitale alla sua età!

  2. Felice Di Giandomenico

    4 May 2011 at 21:58

    Un grande Camilleri in un grande mensile.

  3. maria manni

    5 May 2011 at 11:18

    gradevolissimo Camilleri!
    un uso della lingua sfrontato e affettuoso..

  4. stella mellace

    8 June 2011 at 09:10

    Bravo Camilleri anche questa volta il suo modo di scrivere mi sorprende e mi fa sorridere anzi sghignazzare

  5. Alessandro Paolo Rho

    17 June 2011 at 14:22

    Insomma una discussione sull0entità dei fantasmi!Non si tratta altro che di ciò!E per non lasciar troppo spazio ad interpretazioni fasulle,c’è di mezzo…l’assassino! Toh,vediamo un pò chi è più bravo a tirarlo fuori…..forse Tu….??Ciao né?S’andrhò

  6. GIUSI

    20 June 2011 at 15:57

    meraviglioso Camilleri….

    IO LO ADORO….MI FA RIDERE E TENEREZZA ALLO STESSO TEMPO….vorrei un nonno cosi’

    Mi spiace un sacco per tutti coloro che non lo “comprendono..”