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I fantasmi – capitolo 2

1 June 2011versione stampabile

due

 

Vinniridì matina arrivaro col treno da Palermo tri giornalisti forasteri, uno di Milano, uno di Roma e uno di Napoli, che però pottiro ’ntervistari sulo a Turi Persica, pirchì l’altri s’arrefutaro.
Per arrispunniri alle loro dimanne, Turi disse che aviva bisogno che non gli si siccava la vucca.
Si guadagnò tanto di quel dinaro da potirisi ’mbriacari per un’annata ’ntera.
Comunqui i giornalisti addichiararo che si sarebbiro firmati a Vigàta fino a doppo la processioni, ’ntanto avrebbiro fatto ’ntirvisti alla popolazioni e fotografie delle strate indove il fantasma era comparso.
Ma ’nveci ficiro di cchiù.
Un giornalista, quello milanisi, avenno saputo che uno dell’intervistati s’acchiamava Jachino Porto, sinni niscì con un articolo nel quali sostiniva che il fantasma viduto da Turi era di certo quello del celibri moschitteri Portos, vinuto ad attrovari a un sò discinnenti il quali si era perso strata strata la esse finali del cognomi.
Il giornalista napolitano fici fotografari un linzolo stinnuto ad asciucari supra a un balconi e sostinni nell’articolo che, con molta probabilità, quello era il linzolo di cui si sirviva l’altro fantasma.
Il giornalista romano fici ’na longa ’ntirvista a Tano Vella, scordannosi di diri che l’intervistato si era fatto quinnici anni di manicomio, il quali contò come e qualmenti a Vigàta esistivano ben quattro speci di fantasmi: i moschitteri, i linzolari, che erano già comparsi, i saraceni, che sarebbiro spuntati quanto prima, e i palatini con armatura e cimero che avrebbiro dato battaglia a tutti.
La cosa che fici cchiù raggia al sinnaco fu che accomenzò ad arrivari qualichi turista forastero.
Non potiva dari ragioni al capo dell’opposizioni.

Po’ capitò un fatto ’mprevisto.
La matina di sabato, patre Allotta convocò all’improviso e d’urgenzia la diligazioni.
«Tutto pronto?», spiò il sindaco.
«C’è cosa?», addimannò don Basilio.
«Novità?», fici il profissori.
La convocazioni, della quali non si sapivano spiegari la ragioni, l’aviva mittuti in agitazioni.
Il parrino li taliò ’n silenzio a tutti e tri e po’ disse: «Vi ho fatti viniri per dirivi che non sinni fa cchiù nenti, né della missa sullenni né della processioni».
Aviva parlato con la facci ’nfuscata.
I tri ristaro ammammaloccuti.
«E pirchì?», spiò il sinnaco che si era arripigliato per primo.
«Cazzi mè», disse patre Allotta.
E non ci fu verso di tirarigli un’altra parola dalla vucca.

Un’orata appresso la giunta comunali, arreunita in siduta straordinaria, addicidì che la diligazioni annasse a parlari con sò cillenza monsignor Agostino Pinnarello, pispico di Montelusa.
Il sinnaco tilefonò ’mmidiato al sicritario del pispico il quali gli fici sapiri che sò cillenza era ’mpignato e non potiva arriciviri la delegazioni prima di lunidì a matino.
Allura il sinnaco convocò ’na confirenza stampa, nella quali disse che patre Allotta, doppo aviri lui stisso proposto la processioni e la missa, si era tirato narrè senza dari spiegazioni e che comunqui, data la situazioni che si era vinuta a criari, aviva addeciso di fari ’ntirviniri a sò cillenza il pispico di Montelusa.
I tri giornalisti forasteri cchiù il corrisponnenti locali s’apprecipitaro ’n chiesa, ma l’attrovaro chiusa.
Allura si misiro a tuppiare alla porta della bitazioni del parrino.
Il quali s’affacciò a ’na finestra e addimannò: «Cu siti?»
«Giornalisti», arrispunnì per tutti il milanisi.
«E che voliti?».
«Un’intervista».
«Annate a fari tutti ’n culu», disse patre Allotta.
E richiuì la finestra.
«Ma non abbiamo per caso sbagliato casa?», spiò il romano che non aviva mai ’ntiso un parrino parlari accussì.
«No, non abbiamo sbagliato», fici il corrisponnenti locali.
Non è che Vigàta offriva granni svachi, epperciò i giornalisti, per passari tempo, o jocavano a carti o si facivano longhe passiate molo molo.
Quella dominica sira addicisiro di annare al ginematò, all’urtima proiezioni.
La pillicula finì a mezzannotti e i tri non avivano sonno.
Visto che il cafè Castiglione chiuiva all’una, ci si arrimiggiaro e, dato che faciva friddo assà, si ficiro portari ’na bottiglia di cognac.
Non arriniscero però a finirisilla e allura se la portaro appresso per vivirisilla strata facenno verso l’albergo.
Perciò, a malgrado che lampiava e troniava e un timporali era prossimo, si firmavano spisso e trincavano.
A un certo punto al milanisi scappò di fari un bisogno, non ce l’avrebbi fatta a tinirisilla fino all’albergo.
Perciò si firmò, mentri l’altri dù prosecuero svoltanno l’angolo di ’na traversa.
In quel preciso momento le luci delle strate vinniro a mancari.
Il giornalista aviva appena finuto di svacantarisi la viscica che ebbi come la ’mpressioni che qualichiduno l’aviva toccato a leggio a leggio supra a ’na spalla.
Si voltò e, alla luci di un lampo, si vinni ad attrovari facci con facci col fantasma.
Mentri faciva per lo scanto un gran savuto narrè annanno a sbattiri contro il muro, il fantasma, che appartiniva alla prima categoria, quella dei moschitteri, parlò con voci cavernosa.
«Vous devé faire une rettificà! Je ne suis pas Portos, mais Aramis! Allez all’anagrafe!».
E scomparse, mentri che il milanisi sciddricava a lento ’n terra dato che le gamme non l’arriggivano cchiù.
L’indomai a matino il giornalista, a malgrado che aviva la fevri a quaranta, si susì e annò all’ufficio anagrafi.
Vero era.
Nel registro c’era scrivuto nomi di un tali Pasquale Aramì che bitava in via dell’Acqua amara ed era un povirazzo morto di fami, senza arti né parti.
Col dinaro che gli detti il giornalista, mangiò per qualichi jorno.
Il giornalista, per il sì e per il no, scrissi la smintita: a perdiri la esse finali non era stato Portos, ma Aramis.

Quella matina stissa la diligazioni vinni arricivuta da sò cillenza il pispico.
Che era cognito all’urbi e all’orbo per la grannissima prudenzia che mittiva in ogni sò azioni.
Il sinnaco gli contò ogni cosa.
«E che volete da me?»
«Che vostra eccellenza si degni d’intervenire su padre Allotta per convincerlo a…».
Il pispico isò ’na mano.
«Non lo posso fare. Sarebbe un’indebita ingerenza. Don Allotta avrà avuto le sue buone ragioni».
Il sinnaco non si persi d’animo.
«Eccellenza, a Vigàta ci stanno altre cinque chiese, a parte la matrice».
«Lo so benissimo. E dunque?»
«Non potrebbe, al posto di Don Allotta, uno di questi parroci…».
Il pispico isò novamenti la mano.
«Non possumus. Don Allotta è sì primus inter pares, ma sempre primus. Sarebbe un attentato alla sua autorità».
Il sinnaco allura tirò fora l’asso dalla manica.
Fici la facci prioccupata.
«Questo viene a significare una cosa sola: che l’opposizione l’avrà vinta e l’amministrazione della quale sono a capo dovrà dimettersi».
«Ah!», fici sò cillenza.
«E i comunisti piglieranno la maggioranza», rincarò il sinnaco.
«Ah!», arripitì il pispico.
Sinni stetti tanticchia muto e po’ disse: «Forse una soluzione ci sarebbe».

Il commissario di pubblica sicurezza di Vigàta, Tano Bennici, era ’no sbirro nato.
Quanno vinni a sapiri la facenna capitata al giornalista milanisi, lo fici viniri ’n commissariato.
C’era macari un agenti che scriviva a machina ogni cosa.
«Mi racconti com’è andata».
Quello gli dissi tutto.
«Lei quindi si è sentito toccare a una spalla?».
«Ho avuto questa impressione».
«No, cerchi di essere preciso. È stato toccato o ne ha avuto solamente l’impressione?».
«Ma che importanza ha? Il fatto è che mi sono voltato!».
«Senta, egregio, glielo dico una sola volta e per tutte. Sono io che decido cosa è importante e cosa no, chiaro?».
Il giornalista pinsò che la meglio, con un tipo simili, era di starisinni bono.
«E dopo il fantasma le ha parlato?».
«Sì, con voce cavernosa».
«Questo si spiega. Probabilmente è raffreddato. Col freddo che fa!», disse il commissario.
E si misi a ridiri.
In un lampo, il giornalista si vitti perso.
Accapì che non sulo lo sbirro non gli cridiva, ma che aviva ’n testa qualichi malo pinsero.
«Mi creda, commissario…».
«E le ha chiesto una rettifica?».
«Proprio così!».
«Ma lei a chi vuole pigliare per il culo?», sbottò il commissario. «Quando mai un fantasma ha domandato una rettifica? Quando mai un fantasma ha parlato dell’ufficio anagrafe?».
«Ma lei che ne sa di come si comportano i fantasmi?», reagì il giornalista isanno la voci.
Fu un errori.
«Io me ne fotto di come si comportano o non si comportano! Sa che faccio? Io la denunzio per turbamento dell’ordine pubblico!».

Appena nisciuto fora dal commissariato, il giornalista sinni corrì all’albergo e chiamò la direzioni del giornali a Milano.
All’indomani il giornali stampò un articolo a tutta pagina.
“GRAVISSIMO ATTENTATO ALLA LIBERTÀ DI STAMPA”.
Arrivaro telegrammi di solidarietà dal presidenti del sinnacato dei giornalisti, dal presidenti della Federazioni della stampa, dal Partito comunista, dalla Cgil.
Il commissario Bennici vinni chiamato dal questori che gli fici ’na cazziata sullenni.
Il risultato fu che arrivaro altri dù giornalisti, uno di Torino e uno di Genova.
L’opposizioni addimannò le dimissioni del sinnaco.
Il quali reagì dicenno che non vidiva la ragioni di dimittirisi in quanto l’indomani ci sarebbe stata ’na grossa novità.

2 Responses to I fantasmi – capitolo 2

  1. enrico

    20 June 2011 at 14:48

    come al solito Camilleri è troppo forte, spero di trovare gli altri articoli in edicola.

  2. andrea

    23 November 2011 at 07:20

    la sua capacita di rendere credibile una faccenda surreale come far diventare una storia di fantasmi una questione politica é fantastica.
    Eppure realistica in quel contesto.
    Sempre bravo e avvincente Camilleri.